SALVIAMO IL CONVENTO DI TORO (CB), Patrimonio di tutti i Molisani

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TORO (CB), Convento e chiesa di S. Maria di Loreto. Cartolina viaggiata nel 1925, p.g.c. della redazione di ToroWeb.

Raccogliamo e rilanciamo l’appello a tutte le persone di buona volontà per evitare la chiusura della chiesa e del convento francescano di Toro (CB), con le inevitabili conseguenze che una chiusura dello storico complesso comporterebbe sotto l’aspetto religioso, culturale ed artistico.

Reverendi Padri,
raccogliamo il grido di dolore e di amarezza che si è levato dalla fraternità e da buona parte della popolazione, davanti alla esecuzione del provvedimento di chiusura del convento di Toro. Dolore, amarezza e rammarico per una iniziativa che non si è arrestata davanti alla grave malattia e ai cinquantaquattro anni di sacerdozio di Padre Giacinto De Sanctis e ai prossimi cinquant’anni di sacerdozio di Padre Cesare Neri, anch’egli malato. Ma tanto più sconcerto ha suscitato l’iniziativa che sembra non aver avuto nessun riguardo della popolazione di Toro, che da oltre quattro secoli, precisamente dal 1592 ha dotato di beni immobili e mobili e di aiuti materiali e spirituali d’ogni tipo la famiglia monastica dei frati minori, cui ha affidato lo storico convento di Santa Maria di Loreto, fin dalla fondazione. Né migliore considerazione pare andata alla simpatia per i frati e alla devozione a San Francesco, che hanno fatto di Toro un secolare serbatoio di vocazioni laiche e sacerdotali, al punto di vantare il primato assoluto tra tutti i paesi molisani. Proprio in nome della secolare stima e devozione, il consiglio comunale di Toro accolse la richiesta del 1 marzo 1960 del Ministro Provinciale pro-tempore, p. Aurelio Porzio, e in data 20 marzo (sindaco Diomede Ciaccia) deliberò di “cedere, a titolo gratuito, ai frati minori di Puglia e Molise”, tutto il complesso monastico con l’annesso giardino. Delibera posta in esecuzione il 13 novembre 1961 dal sindaco Giovanni Serpone che inserì nell’atto una clausola fondamentale, per non dirla sine qua non, con la quale si dava di fatto e concedeva irrevocabilmente “l’immobile conventuale e relativo giardino, affinché i Frati Minori possano continuare l’opera che da anni svolgono e precisamente a scopo di culto, beneficenza, istruzione ed educazione dei fanciulli di Toro e paesi limitrofi”. Ecco, Reverendi Padri, se non altro, ci saremmo aspettati un minimo di considerazione e rispetto verso lo scopo che l’Amministrazione Comunale di Toro si prefiggeva di raggiungere quando ha voluto affidare a Voi, con la proprietà del convento e del giardino, la salvaguardia di una fede secolare, l’integrità morale della propria gente e il futuro dei propri figli.
Detto in tutta franchezza, a noi non sembra che con la chiusura del convento di Toro, tale clausola sia stata rispettata, né in punta di diritto né di obbligo morale, che per noi e per voi vale molto di più.
Redazione ToroWeb
(Giovanni Mascia, Carmine Felice, Sandro Nazzario, Vincenzo Mascia)
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Il Quotidiano del Molise, rubrica di “Attualità”, articolo a firma di Giovanni Mascia , lunedì 4 febbraio 2013.

Quattro secoli di storia, fede e arte si oppongono alla ventilata soppressione del complesso monastico francescano

 IL CONVENTO DI TORO NON S’HA DA CHIUDERE

di Giovanni Mascia

“Si racconta negli annali dell’ordine francescano che nell’anno Christi 1592 i frati minori vennero ad abitare nel Conventus S. Mariae Lauretanae oppidi Tori…, costruito a spese dei paesani: oppidanorum opibus constructus. Nella formula di rito è condensata la gioia della popolazione per avere i frati in mezzo a loro, una prerogativa di cui poche comunità potevano fregiarsi. Una gioia condivisa dai religiosi che presero dimora in un convento e una chiesa edificati in posizione mirabile, e adeguatamente dotati di terre. Non furono solo rose e fiori. Tra il convento e una confraternita locale che si riuniva nella preesistente cappella di Santa Maria di Loreto, sorse subito una lite per l’immagine di rilievo della Madonna, perché i frati e la popolazione volevano spostare la statua nella chiesa del convento e abbattere la cappella. Si ricorse all’arcivescovo, e ai principi della chiesa, ma le suppliche non sortirono effetto. E si passò alle vie di fatto, per la spregiudicatezza dei francescani, spalleggiati dalla popolazione. Pochi anni prima del 1619 – si legge nelle antiche carte – i frati s’impadronirono della statua e la portarono nella nuova chiesa del convento, di notte, senza licenza e consenzo di detta Confraternita, e buttarono a terra detta chiesa picciola con sfabricare e diroccare le sue muraglie anco di notte. Con il colpo di mano, la lite si acuì e andò avanti per un oltre un secolo, fino al 1719, quando la confraternita desistette, venendo ad estinguersi di lì a poco, e con essa la devozione popolare, un tempo molto viva, per la Madonna di Loreto. Nonostante il declino della devozione per la Vergine, il convento a lei intitolato era divenuto il punto di attrazione della religiosità del popolo. Grazie anche al cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento e padrone feudale di Toro, il quale lo aveva eletto a sua prediletta stanza. In suo onore, una volta divenuto papa con il nome di Benedetto XIII, i benestanti del luogo e del circondario commissionarono il ciclo pittorico del chiostro con scene di supplizi e miracoli francescani. Gli altari della chiesa furono impreziositi da marmi pregiati, colonne e stucchi di buon gusto che incorniciavano le belle pale, con le insegne pontificie di papa Orsini e del cardinale favorito, Niccolò Coscia. È in questo tripudio orsiniano, che la vistosa tela della Traslazione della Santa Casa, donata dal papa alla sua antica, gradita dimora torese, aveva trovato degna accoglienza nella volta della chiesa. Il rapporto tra popolazione e frati, che hanno alimentato nei secoli la fiammella della devozione popolare, da cui traggono origine tradizioni significative come il fuoco a sant’Antonio e le feste popolari, è stato ispirato sempre alla simpatia e alla stima reciproca. Non a caso Toro è il paese molisano con il primato delle vocazioni francescane: non c’è famiglia che non abbia avuto in seno almeno un frate minore, sacerdote o laico che sia. Ma cosa riceveva il popolo dai frati? Di cosa doveva essere loro riconoscente? È stato ben detto che i frati senza essere stinchi di santi, erano voluti bene dal popolo più che il clero secolare, vivevano di elemosine e la facevano; chiamati, accorrevano a prestare l’opera spirituale, mantenevano la devozione con belle funzioni; ai forestieri, che picchiavano alla loro porta, erano larghi di ospitalità”. La loro ospitalità toccò il punto più alto con il terremoto di Sant’Anna del 26 luglio 1805, quando il paese fu completamente rasa al suolo. Morirono oltre 270 persone e innumerevoli altre restarono storpie per i crolli. Il convento fu l’unica costruzione che scampò al flagello. I senzatetto vi trovarono riparo. La chiesa del convento dovette fungere da chiesa madre, dal momento che la chiesa del Santissimo Salvatore era crollata dalle fondamenta. Inoltre finì per fungere anche da cimitero. Non c’erano ancora i camposanti. I cadaveri si gettavano in fosse comuni, scavate nelle chiese. Ostruite che furono quelle della chiesa madre, si provvide a tumulare i defunti anche in convento, almeno fino al 1841, quando fu edificato l’attuale camposanto. Non va dimenticato, inoltre, che erano i frati a incaricarsi di insegnare un minimo di rudimenti scolastici in tempi in cui lo Stato non vi provvedeva. Stando così le cose si spiega perché il convento di Toro scampasse alla soppressione decretata dai murattiani a Napoli nel 1809 e, anzi, fu prescelto per accogliere anche i frati dei conventi soppressi di Jelsi e Vinchiaturo, facendo registrare allora la presenza record di quindici monaci tra le sue mura. Invece, con l’Unità d’Italia, contro i piemontesi mangiapreti non ci fu niente da fare. La soppressione degli ordini monastici del 1866 non risparmiò il convento di Toro. Pur non riuscendo a impedirne la chiusura, la popolazione e l’amministrazione comunale si batterono perché il convento fosse acquistato dal Comune e non cadesse in mano di privati che avrebbero disperso tanta ricchezza di memorie, di arte, di fede. Non solo. Ottennero anche che i frati restassero in convento, giacché il Comune si era assunto l’onere di fare officiare la chiesa, dichiarata necessaria al Culto e seppe trovare gli officianti tra i francescani i quali, come argutamente scrive padre Doroteo Forte, non ebbero più nome di Frati, ma di Rettori della chiesa, non più con l’appellativo di Padre, ma con il sonante don. Con il Rettore, occorreva l’aiutante e il sagrestano, anche questi furono trovati tra i Frati, i quali abitavano in convento, assistevano la chiesa e coltivavano un pezzetto di orto. Sul finire dell’Ottocento, tuttavia, la morte dei vecchi frati e la penuria dei nuovi portarono davvero alla chiusura del convento, che rimase abbandonato fino al 1914, quando il Ministro Provinciale padre Luigi Massulli lo affidò in custodia a padre Bernardino Gianfrancesco da Roccamandolfi. L’amministrazione comunale, addirittura, nel novembre del 1921 glielo affittò per 29 anni, per la simbolica somma di una lira annua e la struttura tornò a rifiorire. E i toresi tornarono a beneficiare dell’umile apostolato dei frati minori e in tantissimi casi a rispondere alla chiamata vocazionale. In questo clima di persistente e reciproca simpatia tra i frati e il paese, si inserisce la richiesta del ministro provinciale padre Aurelio Porzio, indirizzata il 1 marzo 1960 al Comune di Toro. Il Consiglio Comunale, convocato il 20 dello stesso mese dal sindaco Diomede Ciaccia, acconsentiva alla lettera di padre Porzio, deliberando di cedere, a titolo gratuito, ai frati minori di Puglia e Molise, il fabbricato di proprietà comunale e annesso giardino sito in contrada Fontanelle, riservandosi parte del giardino per edificarvi gli edifici per le scuole elementari e materne. La delibera è stata posta in esecuzione il 13 novembre 1961, dal sindaco Giovanni Serpone, che con atto stipulato in pari data dava di fatto e concedeva irrevocabilmente, a titolo gratuito, all’Ente Morale Provincia Religiosa dei Frati Minori di Puglia e Molise, l’immobile conventuale e relativo giardino, affinché i Frati Minori possano continuare l’opera che da anni svolgono e precisamente a scopo di culto, beneficenza, istruzione ed educazione dei fanciulli di Toro e paesi limitrofi. Non per nulla, sul finire degli Anni Sessanta e per circa un decennio, in convento trovarono ospitalità decine di orfani e figli di diseredati e di emigrati molisani all’estero. Successivamente, con la sempre più grave crisi vocazionale, i frati del convento si sono accollati l’onere di reggere la parrocchia di Toro, ricoprendo dal 1982 ad oggi, anche il ruolo di parroco pro tempore. Non solo, il torese padre Ireneo Serpone sovrintendeva negli anni Settanta del secolo scorso a radicali lavori di ammodernamento e restauro del convento (non sempre condivisibili, in verità), e alla costruzione di un nuovo edificio, che pur deturpando e in parte distruggendo l’antica ala ovest, ha permesso l’insediamento dell’Istituto Fisioterapico Loretano, solennemente inaugurato il 13 settembre 1988 dal cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma. Nel corso del 1989, nell’agro di Toro, suo paese di origine, un altro frate francescano, padre Lino Iacobucci, ha insediato il primo Centro di Accoglienza del Molise per i Tossicodipendenti, la comunità La Valle. Un segno di rinnovata attenzione verso i bisogni antichi e nuovi del mondo che ci circonda, la dimostrazione che i francescani toresi continuano a dare il loro contributo per migliorare la qualità dei rapporti sociali e civili. Nel 1992 furono grandiosamente festeggiati i 400 anni del convento di Toro. Nel 2002, a seguito del terremoto di San Giuliano di Puglia e alla inagibilità della chiesa madre, la chiesa del convento è tornata a fungere di nuovo da chiesa madre. E lo è tuttora. Non vanno recise le radici degli alberi fruttuosi: è l’esortazione fatta propria dalla popolazione e dai frati minori di Toro, in nome proprio e in omaggio alla fede degli antenati e della lunga schiera dei sacerdoti e dei laici francescani che hanno onorato la Provincia monastica nei secoli. La Curia sa che non è giusto chiudere il convento di Toro, anche per l’obbligo di continuare l’opera che da anni svolgono e precisamente a scopo di culto, beneficenza, istruzione ed educazione dei fanciulli di Toro e paesi limitrofi assunto con l’accettazione in proprietà del complesso monastico. Perciò gli annalisti dell’ordine se ne stiano tranquilli, e ripongano la penna nell’astuccio. Non essendo giusto scriverlo, di certo non scriveranno che nell’anno Christi 2013 è stato chiuso il Conventus S. Mariae Lauretanae oppidi Tori…oppidanorum opibus constructus. La popolazione di Toro, gli eredi di coloro che lo hanno costruito, assegnato e infine donato ai frati minori, non glielo permetteranno. Quattro secoli di storia, fede e arte si oppongono alla ventilata soppressione del complesso monastico francescano”.

da Il Quotidiano del Molise, lunedì 4 febbraio 2013

http://www.toro.molise.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1804

Per maggiore informazione:

http://www.toro.molise.it/menu/Chiesa%20Convento/index.html 

http://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Antonio_Vaccaro

http://www.iltempo.it/molise/2009/02/19/991768-affreschi_toro_rivivono_libro_mascia.shtml 

http://www.touringclub.com/chiesa/molise/campobasso/convento-di-s-maria-di-loreto.aspx

http://www.fratiminoripugliamolise.it/conventi_scheda.php?provincia=Campobasso&Rif=70&t=CONVENTO

http://www.telemolise.com/view.php?idfilmato=121218909531012013153741&tipo=tg 

http://www.fratiminoripugliamolise.it/news_scheda.php?Rif=1087&t=L’Altare%20di%20S.%20Maria%20di%20Loreto%20a%20Toro

http://www.regione.molise.it/web/turismo/turismo.nsf/0/08132A8F1693A12AC125756F0034CCDD?OpenDocument

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Una risposta a SALVIAMO IL CONVENTO DI TORO (CB), Patrimonio di tutti i Molisani

  1. Giovanni Mascia ha detto:

    Grazie per la collaborazione. E’ scritto bene, il convento di Toro, come tutti i conventi, è patrimonio di tutti.

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