ANGIOLINO MASCIA: 20 mesi nell’inferno di un lager nazista

di Giovanni Mascia

Molto spesso la grande storia, ci scorre accanto. Anche nei suoi risvolti più drammatici e non lo sappiamo o facciamo finta di saperlo. Nella ricorrenza della giornata delle memoria, pubblichiamo un ricordo dell’Aviere ANGELOMARIA MASCIA (Cercemaggiore 1921 – Toro 1985),catturato in Albania e deportato dai nazisti il 9 settembre 1943 nel Campo di Concentramento di Goerlitz (Stammlager VIII A); liberato dalle truppe alleate il 20 aprile 1945.
Insignito della Medaglia d’Onore concessa dal Presidente della Repubblica alla memoria. 


Torino, settembre 1941 il ventenne aviere Angiolino Mascia


70 anni dopo, Altilia giugno 2011, Medaglia d’onore alla memoria 

20 MESI NELL’INFERNO DI UN LAGER NAZISTA
Medaglia d’onore alla memoria di Angelomaria Mascia
internato militare italiano in Germania (1943-1945
)

2 giugno 2011 Festa della Repubblica. Una celebrazione particolarmente solenne quella di quest’anno nella ricorrenza del 150mo anniversario d’Unità d’Italia: in programma presso il teatro romano di Altilia-Saepinum la consegna delle medaglie di onore ad alcuni internati militare molisani nei lager nazisti ed a i familiari dei deceduti. Un colpo d’occhio particolarmente commovente e suggestivo: le bandiere e i labari delle associazioni d’arme, i gonfaloni comunali e della Provincia di Campobasso, le fasce tricolori di innumerevoli sindaci, stretti attorno alle massime autorità civili e militari della regione, e al Prefetto Stefano Trotta nel ruolo di padrone di casa.


Altilia 2 giugno 2011

Tra gli insigniti della medaglia d’onore concessa dal Presidente della Repubblica in forza della legge n. 296 del 2006, c’è l’aviere Angelomaria Mascia, detto Angiolino, nato a Cercemaggiore nel 1921, e proprio il 27 gennaio, quasi una predestinazione la sua. Catturato dalle forze armate tedesche in Albania, il 9 settembre 1943, all’indomani dell’armistizio, fu internato nel campo di concentramento nazista di Goerlitz, lo Stammlager VIII A. A Goerlitz Angiolino resterà rinchiuso fino alla liberazione avvenuta il 20 aprile 1945 per mano dalle truppe alleate, che lo tratterranno prigioniero per altri 4 lunghi mesi fino al 2 settembre 1945 quando finalmente potrà rientrare in patria, ponendo fine a una odissea iniziata con la chiamata alle armi di 4 anni prima, nel maggio 1941. Oltre quattro anni di peregrinazioni, segnati pesantemente dalla campagna di guerra in Albania e soprattutto da venti mesi di vita dura nel campo di concentramento, per aver rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di continuare la guerra nazifascista: per aver scelto con l’internamento la fedeltà alle stellette della patria.


Torino, 1941, a dx Angiolino con divisa e stellette dell’Aeronautica,
con il commilitone Giovanni Felice

Purtroppo Angiolino Mascia non ha avuto la soddisfazione di ritirare il riconoscimento dalle mani del prefetto Trotta e di fregiarsi della medaglia d’onore a risarcimento delle pene patite durante i lunghi anni della sua giovinezza in armi. A ritirare la medaglia conferita alla memoria di Angiolino, scomparso prematuramente nel 1985 a Toro dove si era sposato e trasferito fin dal 1952, ha provveduto a nome della famiglia tutta il figlio Giovanni, commosso oltre ogni dire, anche per la significativa presenza del sindaco di Cercemaggiore, Gino Donnino Mascia, nell’occasione della cerimonia invitato dal prefetto ad affiancarlo.


Altilia, 2 giugno 2011 A nome della famiglia, Giovanni Mascia ritira dal Prefetto Trotta la medaglia di onore alla memoria del padre Angiolino

Commosso il figlio, al ricordo dei ripetuti tentativi per attingere dalla viva voce del padre scomparso i particolari della tragedia epocale di circa un milione di italiani in armi, e le motivazioni che avevano spinto lui, insieme ad altri 650 mila soldati come lui, a preferire la prigionia nei lager tedeschi al passaggio dalla parte nazifascista. Le motivazioni sue e di altri centinaia di migliaia di sconfitti che avevano vissuto il fallimento del regime fascista, la misera fine delle guerre di Mussolini e lo sfacelo delle forze armate all’8 settembre. Commosso perché il padre poco più che ventenne aveva avuto tutte le ragioni di questo mondo a sentirsi tradito dal re e da Badoglio che lo avevano abbandonato senza ordini nelle mani dei tedeschi. Eppure aveva resistito a durissimo prezzo e non era passato nelle file del nemico e dei suoi alleati.

Commosso perché il padre contadino e falegname tuttofare, poi mugnaio in pianta stabile, a venti anni, con la sola quinta elementare, di sicuro avrebbe avuto difficoltà a esplicitare la scelta della resistenza, magari inconsapevole. O magarti dettata dalla convinzione che non avendo tradito nessuno, non voleva avere niente a che fare con i tedeschi, preferendo restare tra i reticolati dei lager piuttosto che immaginare di continuare a combattere contro altri italiani sotto il comando nazista.

Certamente avrebbe avuto grande difficoltà a ricordare i sentimenti provati nei confronti di ufficiali e commilitoni che, al contrario, finendo per cedere agli inviti minacciosi dei carcerieri e alla propaganda ricattatoria degli ufficiali repubblichini, avevano via via aderito al Terzo Reich e alla Repubblica Sociale Italiana. Chissà se in costoro aveva avuto il sopravvento il desiderio di scampare alla misera sorte personale e porre un freno alla fame devastante, oppure quello di evitare possibili ritorsioni alla famiglia lontana, o proprio la speranza di riabbracciarli presto, i propri cari, magari la fidanzata o la moglie, i figli piccoli, o infine l’aspirazione di poter finalmente tornare a un lavoro libero, alla vita. O semplicemente sarà stato per il fisico fiaccato e le forze che erano venute meno…


Albania 1942, Con camper e tende


Albania 1942, A mensa sulla spiaggia


Albania 1942, La nuotata

Si può soltanto immaginare il dramma di chi ha vissuto e affrontato queste terribili alternative. Ma senza scendere a scandagliare la sacralità delle scelte più intime e sofferte, al figlio sarebbe bastato parlare della vita di tutti giorni a cominciare dalle foto che ritraevano il giovane padre, nell’elegante divisa azzurra dell’aeronautica nel settembre 1941 a Torino Mirafiori: le foto che lui aveva spedito con gli inevitabili baci alla madre a Cercemaggiore. Gli sarebbe bastato commentare le non poche foto scattate nel 1942 in Albania, davanti a un tavolo da lavoro, addossato a una baracca di legno posta ai margini di un bosco, o davanti allo stesso tavolo trasformato nella mensa approntata sulla spiaggia in riva al mare. Il mare d’Albania: meta di frequenti nuotate ben documentate dagli scatti virati con la seppia. Certo, le foto in costume da bagno, sul bagnasciuga o tra le onde, o le foto scattate a commilitoni sorpresi seminudi o in tuta da lavoro tra le spighe rigogliose dei campi di grano, lascerebbero pensare a momenti di beata spensieratezza anziché alla vigilia di un dramma senza confronti.


Albania 1943, Città albanese, forse Durazzo

Al figlio sarebbe bastato commentare insieme ad Angiolino le foto di una città albanese, probabilmente Durazzo, caratterizzata dalle croci di un cimitero in primo piano e dal minareto con la moschea nel profilo del retrostante abitato, che sembrava distendersi su un ben circoscritto braccio di mare. Gli sarebbe bastato sapere come sia avvenuto che queste scene idilliache abbiano potuto lasciare poi spazio a un anno di successiva campagna di guerra, sempre in Albania, con i successivi trasferimenti da Durazzo alla valle del Devoli, a Shiak, a Koritza, a Valona. E soprattutto cosa davvero sia successo quel fatidico 8 settembre, quando i soldati italiani furono sopraffatti da una piena di sentimenti e informazioni contrastanti tra la fine sperata della guerra e la tragica realtà della cattura per opera dei tedeschi. Ecco, gli sarebbe piaciuto apprendere i particolari di quei giorni di deportazione dai Balcani a Goerlitz, attraversando mezza Europa in treno. E chissà che ad Angiolino come a migliaia di suoi compagni il viaggio verso l’inferno non sia apparso sulle prime come il viaggio del sognato ritorno a casa, per tramutarsi di lì a poco nell’incubo della nuda realtà fatta dapprima di vagoni piombati, di un ammasso di corpi costretti in spazi angusti, di divise che cominciavano a sfilacciarsi addosso, a incrostarsi al sudore e alla sporcizia, di ore e ore interminabili al ritmo ossessivo e rombante del treno, che li portava diritto al filo spinato del lager di arrivo, con le torrette di avvistamento e le baracche di legno inadeguato già nei primi giorni di ottobre a fronteggiare l’inverno imminente.


Particolare del foglio matricolare di Angelomaria
con gli estremi della campagna di guerra in Albania,
la cattura, la deportazione e la liberazione 

Gli sarebbe piaciuto parlare di tutto questo e di apprendere del comportamento dei compagni di viaggio, e della scorta prima e dei carcerieri poi. E di tante altri orribili aspetti: delle adunate senza fine per costringerli all’aperto, seminudi, a sfidare i rigori del freddo; degli interminabili rituali di disinfestazione degli abiti a brandelli da celebrarsi nudi, ma questa volte nelle baracche; delle latrine, ammesso che ci fossero state latrine nelle baracche o nel campo, e non pochi bidoni vuoti di benzina e il nudo pavimento delle baracche a disposizione di centinaia, migliaia di uomini; e della pulizia personale, ammesso infine che ci fosse al possibilità di accedere all’acqua per provare a continuare a considerarsi persone e non il numero che erano diventati.


Lo Stalag VIII A (o Stammlager VIII A), il campo di concentramento dei prigionieri di guerra della Seconda Guerra Mondiale, situato in prossimità di Goerlitz, a quei tempi in Germania, (oggi Zgorzelec, in Polonia). 

Più di tutto gli sarebbe piaciuto sentire raccontare della fame, della fame spaventosa alla quale erano stati abbandonati, insieme al freddo e alla sporcizia, perché stremasse la loro resistenza e li costringesse all’adesione al nazifascismo. La fame che li portava a vendere nel più lurido dei mercati neri quel poco che avevano, un orologio, le stellette, le scarpe per un po’ di pane secco, una scatola di tonno, e sfuggire il tal modo alla pazzia. La sbobba di acqua calda con qualche grumo di patate o di carote, con la quale provare ad acquietare lo stomaco una volta al giorno, e la fetta di pane che sarebbe dovuta bastare fino al giorno dopo e spariva subito dopo, certo non bastavano a placare i morsi della fame, per sfuggire ai quali non restava che dormire, per chi ci riusciva. La fame sarà stata disumana se tra le poche righe che Angiolino n. 17619 dallo stalag VIII A n. 17002 riusciva a spedire al “caro padre”, a Cercemaggiore, non mancava mai, con l’assicurazione di stare bene in salute e così sperare pure dei cari e nonostante la pietosa bugia che il mangiare fosse sufficiente, la richiesta a mandargli prima possibile il pacco con “pasta, riso, conserva, formaggio e altro genere a tuo parere”.



1943/1945, Lettere di Angiolino dallo Stammlager VIII A al padre. A parte le solite frasi sullo star bene in salute, era sempre pressante la richiesta di cibo

Di tante altre cose ancora gli sarebbe piaciuto sentire: dei maltrattamenti inevitabili subiti, delle umiliazioni che erano costretti a sopportare, dell’affanno del lavoro coatto (in campagna presso un contadino o se no dove?) , dei giacigli senza materassi e senza coperte cui affidare i corpi debilitati, delle febbri e dei deliri degli ammalati, dello strazio degli appelli mattutini ai quali giorno dopo giorno mancava sempre qualcuno che non ce l’aveva più fatta ed era stato portato via dalla carrozza dei morti. E poi finalmente, dopo tanta miseria, gli sarebbe piaciuto sentirsi riallargare il cuore al racconto della liberazione avvenuta in quel fatidico, luminoso 20 aprile quando le truppe alleato avevano sfondato i cancelli del lager e reciso il filo spinato della recinzione.


1941-1945 Angiolino Mascia, prima e dopo la detenzione
nel Campo di Concentramento di Goerlitz (Stammlager VIII A) 

Al figlio di Angiolino Mascia nato e Cercemaggiore e vissuto poi a Toro, sarebbe piaciuto visionare insieme al padre, internato militare italiano n. 17619 dallo Stammlager VIII A n. 17002 di Goerlitz, alcuni pass alleati successivi alla liberazione dal lager, e un documento di quei giorni, per commentare amaramente tra i segni distintivi del deportato il “braun” dei capelli. Probabilmente il padre non lo aveva mai notato. Ma per i seguaci dell’arianesimo puro, un aviere italiano che aveva rifiutato di combattere ai loro ordini, non poteva avere i capelli biondi. E così lui che non solo li aveva biondi ma di un biondo tendente quasi all’albino si era ritrovato con i capelli “braun”, cioè scuri, tra i suoi tratti somatici caratteristici. Al figlio sarebbe piaciuto chiedere conto della città dove il padre era stato condotto dopo la liberazione, di quella Delmenhorst, della quale s’era portato dietro una cartolina, ridotta poi a un brandello di cartolina, dove comunque si riconosceva il mercato coperto dalla curiosa struttura circolare, a forma di torta nuziale. E ancora chiedere di un paio di foto di una giovane donna tedesca con due splendidi bambini biondi, e della tessera della croce rossa per il viaggio di ritorno dei deportati , i quali a Bressanone erano stati accolti dal comitato parrocchiale che aveva offerto loro una immaginetta con sovraimpressa la preghiera della Madonna del Buon Ritorno con l’esortazione a essere comunque grati alla Vergine per la grazia loro accordata. Ecco, gli sarebbe piaciuto parlare, e parlare a lungo di queste cose e del ritorno alla vita di tutti i giorni. Ma erano passati ventisei anni dalla sua morte e non era più possibile farlo. Così come era stato impossibile farlo quando suo padre era in vita.


Aprile 1945, Un documento di riconoscimento del prigioniero


Aprile 1945, tessere varie, tedesche e degli Alleati


1945-Cartolina della città tedesca di Delmenhorst, dove Angiolino fu portato dagli Alleati

Durante le lunghe partite a scacchi delle serate invernali, Angiolino Mascia non aveva mai accennato ai venti mesi passati nell’inferno del lager nazista, dove chissà da chi e chissà come aveva imparato il nobile gioco sì, ma poche o nessuna parola tedesca, lui che coi tedeschi aveva avuto così strettamente a che fare, per un paio di interminabili anni. Né il figlio né altri gli avevano mai sentito pronunciare una parola tedesca, a parte l’inevitabile “schnell”, “presto, subito”, retaggio di ordini che non ammettevano repliche e indugi. Né tantomeno lo aveva sentito parlarne in altra sede. Il figlio lo ricorda già ammalato e prossimo alla fine, degente in ospedale, restarsene impassibile davanti alle sue reiterate richieste.
– Papà è mai possibile che io debba sfogliare libri e riviste, rovistare archivi, intervistare altri testimoni, e non possa avere una sola informazione da te?
– E che ti devo dire! – fu la sua placida risposta. – Sono cose passate…

Ecco, probabilmente Angiolino si era riportato dal lager un solo desiderio: dimenticare tutto, perché tutto gli era apparso brutto, duro, doloroso, vergognoso da ricordare. E non ha mai voluto spendere parole per farlo. Ed ecco perché, in un magnifico pomeriggio che sembrava sospeso nel tempo senza tempo di Altilia-Saepinum, nel ritirare la medaglia d’onore alla sua memoria, il figlio si è particolarmente commosso. Non poteva non commuoversi nel dire grazie ancora una volta alla memoria del padre, per i quattro anni di sacrificio e di dolore offerti alla patria e per la lezione morale insita nella scelta di resistere e nella consegna del silenzio eloquente di una vita intera.

Giovanni Mascia 

Nota: Foto Archivio Mascia

Postato il Saturday, 28 January @ W. Europe Standard Time di toroweb

Per Gentile Concessione dell’Autore

Tratto integralmente da :http://www.toro.molise.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1457

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4 risposte a ANGIOLINO MASCIA: 20 mesi nell’inferno di un lager nazista

  1. Enerina Lenti ha detto:

    Leggo con commozione le riflessioni del figlio del signor Angiolino Mascia pensando che suo papà potrebbe aver conosciuto mio padre e aver vissuto con lui gli stessi stenti, nello stesso stammlager, proprio quello, l’VIII/A. Mio padre è ancora in vita ma non potrebbe più riferirmi nulla di quei tempi nè se ha conosciuto il militare Mascia, la sua mente già da diversi anni è persa, però su mia insistenza, quando alcuni anni fa già cominciava a non star bene, ha scritto alcuni ricordi. RICORDI DI GUERRA di Lenti Rodomonte pubblicato in internet. Anche lui non ha mai raccontato episodi di violenze, di morte e tutto quello che potevo immaginare di orribile per sentito da tv, libri, cinema ecc. Quando ci parlava della prigionia ci riferiva sempre dell’incubo ossessivo della fame ma eludeva le domande che facevamo noi figli su esperienze diverse, io credo che si sia sempre rifiutato di rivivere col ricordo episodi troppo brutti, umilianti, angoscianti….questo silenzio impenetrabile sulla vita della prigionia mi è stato riferito anche da amici figli di prigionieri di guerra.

  2. Giovanni Mascia ha detto:

    Grazie Enerina.
    Mi sembra che l’esperienza sia stata la stessa. A parte quello che ho letto sulle lettere che ha inviato al padre, i soli accenni di mio padre ai patimenti subiti erano riferiti anch’essi alla fame, e adesso che ci ripenso, mi trona in mente il particolare assai patetico e ributtante delle bucce di patate strappate all’immondizia…
    Grazie per la condivisione.

  3. sabato schiavo ha detto:

    Stessa cosa di mio padre, Raffaele Schiavo, anche lui fatto prigioniero a Durazzo e traferito nel campo VIII-A di Gorlitz in Germania. Non ha raccontato mai nulla se non la fame, di ciò che mangiavano (le bucce di patate era considerato un pranzo speciale) e del grande freddo e della cura e ossessione di non farsi rubare le scarpe, altrimenti era morte certa. Degli zoccoli di legno , … Da circa qualche mese sono sulle tracce della prigionia di mio padre. Non una foto, non una cartolina, niente. Lui quando è stato fatto prigioniero aveva solamente 20 anni. la sua fortuna forse è stata che era falegname … e forse per questo utile ai tedeschi.

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